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Gianluca Ciambrone, milanese classe 1989, laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie ha scelto, un po’ per caso, di diventare un Treeclimber, o meglio un alboricoltore. Lo incontriamo al Parco Trotter nell’ambito del progetto Rinverdi-MI, progetto pilota di educazione ambientale della durata annuale che si svolge presso il Municipio 2 di Milano, al Parco Trotter.

Ma c’è una differenza tra treeclimber e arboricoltore?

Il treeclimbing è un metodo di lavoro che può essere utilizzato da qualsiasi persona in possesso dell’abilitazione per il lavoro su fune, anche se non tutte hanno la formazione e la preparazione adeguata per svolgere dei lavori corretti sulle piante. L’arboricoltore invece è una persona preparata, formata e soprattutto appassionata di alberi, in grado di seguire le piante durante tutto l’arco della loro crescita, e che sfrutta il metodo del treeclimbing per poterlo fare nel modo migliore.

Qual è stato il tuo percorso per diventare treeclimber?

Per diventare un treeclimber è necessario prima di tutto fare un corso di abilitazione ai lavori su fune. In seguito, per acquisire abilità pratiche ho fatto un periodo di tirocinio affiancato ad arboricoltori con molta esperienza. Da loro ho imparato moltissimo, consolidando l’aspetto pratico.

Frequento ancora oggi corsi di aggiornamento periodici per imparare aspetti nuovi e perfezionare le tecniche già acquisite. Posso quindi dire che il mio percorso non è ancora finito, ma in continua evoluzione. Trovo questo lavoro davvero stimolante perchè a distanza di cinque anni dal mio stage continuo a imparare.

Come hai conosciuto questa disciplina?

Quasi casualmente, subito dopo essermi laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie.

Cercando su internet vari contatti a cui poter mandare la mia candidatura mi sono imbattuto in una ditta di treeclimbing; dopo averla contattata sono stato invitato a passare una giornata con loro per vedere in cosa consistesse il lavoro del treeclimber.

Quel giorno ho conosciuto dei treeclimbers, i quali mi hanno spiegato molti aspetti di questa disciplina e mi sono innamorato di questo lavoro.

Qual è la tua giornata tipo?

La mia giornata tipo parte con la sveglia molto presto e un viaggio in macchina verso il punto di ritrovo con i colleghi. Ci spostiamo molto per lavoro e vediamo sempre posti nuovi. Per iniziare bene la giornata facciamo colazione tutti insieme e alle 8 in punto iniziamo il nostro lavoro “sul campo”. Facciamo un briefing tra di noi per illustrare il tipo di intervento da fare sulle piante e come organizzare il lavoro e poi coinvolgiamo il cliente, spiegando anche a lui cosa andremo a fare. A metà giornata facciamo un’oretta di pausa pranzo e poi si riprende. Una volta terminato il lavoro spieghiamo e mostriamo l’intervento eseguito al cliente e si torna a casa.

Quali sono gli interventi che ti chiedono più spesso?

Sicuramente le potature. Purtroppo, la maggior parte delle persone esordisce chiedendo di abbassare le piante, tagliarle drasticamente o capitozzarle. Spesso dobbiamo quindi spiegare alle persone che questi interventi sono estremamente dannosi per le piante.

Quali difficoltà trovi nel tuo lavoro?

Inizialmente le difficoltà erano per lo più di tipo fisico: il nostro lavoro richiede uno sforzo fisico notevole, è usurante e non sempre è facile riuscire ad essere efficiente. Superati questi scogli le difficoltà rimaste sono quelle inerenti al rapporto con i clienti. Come dicevo, spesso gli interventi che ci richiedono sono dannosi per le piante. Far capire che è sbagliato capitozzare le piante non è facile, visto che è una pratica molto diffusa. Certi clienti capiscono, mentre altri rimangono della loro idea. Oltre alle potature scorrette molte persone vogliono abbattere le piante senza un reale motivo e anche in questo caso è molto difficile far capire loro che è importante non farlo. Ogni volta che riesco a potare una pianta invece che farla abbatterla è una grandissima soddisfazione per me. Devo dire che ultimamente sembra essersi insinuata più consapevolezza nella corretta gestione delle piante, quindi mi ritengo ottimista, ma non lo dico troppo ad alta voce che non si sa mai.

Rispetto a quando hai iniziato, com’è cambiata la concezione comune del treeclimber, è una figura più conosciuta?

Devo dire che ho iniziato a lavorare solamente cinque anni fa quindi non ho ancora una visione così ampia del cambiamento. Per la mia esperienza posso dire che i primi anni le persone ci guardavano abbastanza sbalordite. Molte persone ci fermavano curiose chiedendo dettagli del nostro lavoro, eravamo per così dire una novità. Adesso ho notato che i treeclimber sono aumentati. Mi capita spesso di vedere colleghi intenti a lavorare per privati o anche nei parchi pubblici.  La gente di conseguenza rimane meno spaesata nel vedere persone arrampicate su un albero.

Grazie al progetto RinVERDI-MI a cui partecipa anche il DiSAA, hai avuto una prima esperienza di insegnamento e divulgazione nelle classi secondarie: come ti sei trovato?

Devo dire che mi sono trovato molto bene, è stata un’esperienza gratificante.

Inizialmente la mia paura era quella di annoiare i ragazzi durante le lezioni teoriche, invece non è stato così: si sono dimostrati molto attenti e interessati. Sono stato molto contento nel vedere che concetti a cui tengo molto (potatura corretta e l’importanza delle piante per gli animali) siano rimasti impressi negli studenti e che alcuni di loro mi abbiano già detto che da grandi vogliono fare i treeclimbers.

Che ricordo hai del tempo passato in Università?

Ho un bellissimo ricordo del DiSAA. La prima cosa che mi ha colpito sono state le aule enormi di via Celoria con le panche e i banchi in legno. Mi ricordo di lezioni molto interessanti teoriche e pratiche in campo. Stupenda era anche la festa di primavera! E poi, come dimenticarsi delle giornate passate insieme agli amici a studiare nelle aule studio ma anche a divertirsi; spesso quando ci rincontriamo rievochiamo questi ricordi con un tono un po’ nostalgico.

 

 

Una tipica giornata di lavoro da Treeclimber